Intervista a Colin Darke

tratta dal documentario “Gli dei partono”

 

Domanda: Tu sei nato a Londra e nel 1988 ti sei trasferito in Irlanda del Nord, a Derry per 20 anni e negli ultimi 4 anni a Belfast. Durante questo periodo di conflitto molti irlandesi decisero di trasferirsi in Inghilterra tu invece hai fatto l’opposto. Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto?

Risposta: Mi sono trasferito in irlanda per ragioni artistiche, quando vivevo a londra il mio lavoro aveva un carattere molto più politico rispetto ad oggi, però lo trovavo terribile, non mi piaceva. Mi interessava molto il conflitto nord-irlandese ed ho capito che il modo migliore per conoscerlo fosse proprio quello di trasferirmi nell’ Irlanda del Nord. Inizialmemente l’idea era quella di restarci 2 o 3 anni e alla fine sono diventati 24! …E penso che abbia funzionato! Vivere a stretto contatto con la gente del posto non solo mi ha permesso di conoscere meglio quel popolo ma anche di comprendere il loro conflitto. Penso che ciò abbia inciso sul mio lavoro artistico e anche sulle mie posizioni politiche.

D.: Il tuo lavoro si basa sullo studio critico del testo, soprattutto dei documenti storici attraverso la trascrizione. Quando hai usato per la prima volta il testo nnel tuo lavoro? In che modo è proseguito nel tempo? Cos’è cambiato nell’uso di materiali, strumenti e colori?

R.:Dopo essermi trasferito in Irlanda ho cercato una relazione tra socialismo e movimento repubblicano e la mia ricerca mi ha portato ai “comm”.Il “comm” erano biglietti scritti dai prigionieri repubblicani su cartine di sigarette incollate l’una con l’altra, protette con della plastica e nascoste in bocca per poterle passare attraverso un bacio quando ricevevano le visite. La conoscenza dei “comm” mi ha permesso di trasporre in forma artistica testi socialisti. Quando ho scoperto i “comm” ho pensato che sarebbero stati il mezzo perfetto per stabilire una relazione tra il Socialismo e il movimento repubblicano perché mi hanno permesso di inserire contenuti socialisti in una “forma“ repubbliana. Quindi ho trascritto libri socialisti su cartine di sigarette con una scrittura piccolissima.  Il primo libro che ho trascritto su queste cartine è un testo di Rosa Luxemburg, intitolato “Reform or Revolution“.Ecco cosi ho iniziato a lavorare con i testi venti anni fa. Dopodichè ho iniziato a scrivere direttamente sui muri delle gallerie. La prima volta fu un testo di Karl Marx intitolato “A contribution to the Critique at Political Economy”. L’ho scelto perché, nella prefazione di questo libro, Marx parla della sua teoria “base e sovrastrutture” , in poche parole parla di come le strutture economiche della società ne determinano le ideologie, includendo la politica, la religione, la cultura e l’arte. Da questa lettura mi sono interessato al modo in cui gli artisti indipendenti si relazionano con il mercato dell’arte e il sistema delle gallerie. Perciò ho trascritto questo testo sui muri della galleria come “attacco” ideologico al sistema. Alla fine della mostra, il gallerista imbiancandola di nuovo ha ammesso le proprie responsabilità. Da quel momento ho utilizzato il testo in varie forme. Il testo più lungo che ho trascritto sono i tre volumi “Das Kapital” di Karl Marx su vari oggetti bidimensionali. Il lavoro con le mele è la continuazione del processo di trascrizione nato con i comm, proseguito sui muri e poi sugli oggetti.

D.: Perchè le mele?

R.: Negli ultimi anni mi sono interessato alla Comune di Parigi del 1871 e al lavoro del pittore francese Gustave Courbet che ne prese parte con l’ incaricato di curarne gli eventi artistico culturali.Durante questo periodo decise di rimuovere la colonna Vendòme su cui poggiava la statua di Napoleone ma i comunardi lo fecero in modo violento, facendola cadere e riducendola in pezzi andando oltre le disposizioni di Courbet. Alla fine della Comune, Courbet fu arrestato, imprigionato e condannato a ripagare la ricostruzione della colonna. Erano molti soldi. Non potendo pagare tale somma decise di scappare in Svizzera per il resto della sua vita. Durante la prigionia dipinse diverse nature morte, cesti di mele comprate per lui dalla sorella. In molti di questi quadri si può notare che le mele sono decomposte. Io credo che quelle mele siano una metafora dei 30.000 comunardi massacrati a Parigi dalle truppe governative. L’ultima volta che Courbet vide Parigi le strade erano piene di cadaveri, per questo penso che le mele siano per lui la rappresentazione di questi morti, così come adesso rappresentano per me l’oppressione capitalista nei confronti della classe operaia.

D.: Hai passato molto tempo ad allestie in questo spazio, una settimana, lavorando all’incirca 8 ore al giorno. La realizzazione dei tuoi lavori richede molto tempo e questa dilatazione sembra assolutamente voluta. Tu rifiuti l’aiuto di assistenti e mezzi tecnologici che potrebbero ridurre il tempo di esecuzione. Perchè?

R.Quest’opera ha richiesto meno tempo rispetto ad altri miei lavori. Il lavoro “Das Kapital” mi ha impegnato tutti i giorni per due anni e mezzo. Poi ho realizzato un lavoro su 480 dipinti a olio durato quattro anni. Percui un lavoro di otto ore al giorno per una settimana non mi sembra molto impegnativo. La mia intenzione è quella di avvicinare il mio lavoro alle teorie di Marx sul sistema di produzione. Marx sostiene che il lavoro in fabbrica é alienante e che i lavoratori non hanno il controllo sulle merci da loro prodotte. Alcuni marxisti sostengono che il lavoro dell’artista sia inalienante perchè abbiamo il controllo di quello che facciamo, abbiamo le nostre idee, lo facciamo per noi stessi.
Ma pensando in termini di società, non credo che il lavoro dell’artista possa essere inalienante.
Tornando alle teorie di Marx su ” base e superstructur” la consapevolezza umana è determinata da molti fattori: sociali ed economici. Pensare che l’artista sia inalienabile è sbagliato perchè anche la sua consapevolezza è determinata da questi fattori. In questo modo anche il lavoro dell’artista diventa alienante.
E comunque non potrei permettermi degli assistenti, tuttavia è importante che io venga considerato un lavoratore e che il mio lavoro si mostri come un lavoro manuale. Per i calcoli mi avvalgo del computer, ma per le mele dovrei inventare una macchina in grado di scrivere sbucciandole. Perciò mi va bene lavorare così come sto facendo.

 

 

 

 

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